Passaparola - Passaparola- L'inganno della crescita - Luca Mercalli


Uploaded by StaffGrillo on 05.12.2011

Transcript:
Un saluto agli amici di Passaparola da Luca Mercalli.
Molti pensano che in un momento di profonda crisi economica, parlare di un diverso modello
di sviluppo, più attento ai problemi ambientali, a una riduzione dell’uso delle risorse,
a una minore produzione di rifiuti e di scorie, a un rispetto del territorio sia quasi un
optional. Qualcosa di non necessario e quindi, in questo momento così spaesante per il nostro
futuro, sia rimandabile più in là e nel frattempo cercare di risolvere ancora una
volta il problema della crisi economica nella quale ci troviamo, con la crescita, senza
capire che forse è proprio la crescita che ha generato la crisi economica. E’ uno di
quei momenti nei quali ci si rende conto che ciò che era stato annunciato 40 anni fa,
dal famoso rapporto sui limiti della crescita compilato dai ricercatori del MIT a Boston
su incarico del Club di Roma, si stanno avverando. I limiti alla crescita nel pianeta Terra esistono
perché il pianeta è fatto così, è un pianetino molto piccolo con un set di risorse naturali
finito, alcune di queste sono rinnovabili, altre non lo sono per niente, come il petrolio
e il carbone che quando bruciano generano dei sottoprodotti negativi nei confronti dell’ambiente,
prima fra tutti il problema dei cambiamenti climatici. Se non si prende coscienza di questa
limitatezza, la crescita sarà la migliore ricetta per finire il prima possibile nel
baratro. Rispetto a 40 anni fa abbiamo ormai quasi
quattro miliardi in più di persone sulla Terra, le cose che si potevano già fare negli
anni ‘70 non sono state fatte e ci siamo oggi trovati in una situazione ancora più
difficile rispetto ai correttivi che si potevano apportare quando questi problemi vennero identificati,
ma il messaggio continua a non passare, viene visto come un messaggio retrogrado che ci
fa tornare al Medioevo, che non vuole lasciare i paesi in via di sviluppo alla loro parte
di crescita per migliorare le condizioni di vita. Ogni volta che si apre un dibattito
su questo tema si finisce subito con queste facili accuse e non si approfondisce le uniche
istanze che possono, qualora ci si ragioni sopra, portarci fuori da questa crisi epocale.
Si tratta di prendere coscienza che il futuro non può continuare com’è stato programmato
in passato finora, ci sono limiti fisici naturali del pianeta. Fermare la crescita vuole dire
non avere questo dogma assoluto, che il benessere sia fatto sempre e solo di un’aggiunta di
qualcosa, senza renderci conto che ci sono dei livelli minimi di benessere delle persone
che debbono essere chiaramente raggiunti e che corrispondono al soddisfacimento dei bisogni.
I bisogni fondamentali di un uomo ormai li conosciamo bene, nei paesi occidentali li
abbiamo soddisfatti tutti, si tratta di nutrirci in modo corretto, di avere una casa confortevole,
di avere l’acqua corrente, l’acqua calda, di poterci riscaldare d’inverno e rimanere
freschi d’estate, di avere uno Stato che ci garantisce un minimo di assistenza sociale,
di assistenza sanitaria, dei diritti, la possibilità di avere un’istruzione pubblica, ma più
in là andiamo e più ci accorgiamo che l’elenco di questi bisogni fondamentali termina con
poche decine di temi. Il resto comincia sempre più a diventare un superfluo che, guarda
caso, negli ultimi 20 anni è stato costruito su un immaginario televisivo – pubblicitario
che corrisponde a più mezzi, più beni, più capricci direi, perché quando vediamo la
nostra pubblicità inneggiare a modelli di vita dove il successo dell’uomo si misura
con quanti cavalli ha nel motore, quanto è più grande la sua automobile, quante stanze
ha nella propria casa, quante case ha in più, quanti viaggi esotici riesce a fare, è un
continuo stimolare la mente su oggetti e proposte di una vita al di fuori dei limiti, è proprio
la pubblicità che ci dice “Trasgredisci i limiti”. Non ci sono limiti nel mondo,
più compri e quindi più soldi devi avere e più potrai trasgredire questi limiti e
avere una vita di successo, ma questa è una trappola mortale, non è possibile trasgredire
i limiti fisici della termodinamica ambientale, delle risorse di cui disponiamo. Ogni popolazione
sulla Terra ha i suoi limiti, l’uomo ha l’intelligenza, ma l’intelligenza serve
per essere consapevole dei limiti, non soltanto per tentare di superarli, il superamento dei
limiti è possibile in alcuni casi e per limitati brevi periodi, non è possibile all’infinito.
Il collasso è certo, tutta la scienza che studia questi argomenti ce lo dice chiaramente.
A questo punto suggerirei, in un momento di profonda crisi come questa, di rivedere profondamente
i bisogni dell’uomo, garantire una salvaguardia di ciò che abbiamo raggiunto negli ultimi
50 anni di crescita petrolifera perché è stato il petrolio a permettere nel mondo di
raggiungere i livelli nei quali siamo oggi, quantomeno nei paesi occidentali, rivedere
non vuole dire tornare indietro, vuole dire tenerci stretti, soddisfatto dei bisogni fondamentali,
diffonderli, se è possibile e con i mezzi a nostra disposizione a tutti i 7 miliardi
di abitanti della Terra, cercare di moderare l’aumento della popolazione perché altrimenti
per ogni passo virtuoso che si farà nel mondo occidentale di riduzione dei consumi, questo
verrà vanificato dalla crescita della popolazione terrestre nei successivi anni. Bisogna trovare
una stabilità nella popolazione terrestre, a dispetto di quanti molti economisti e demografi
pensano che ritengono che invece si possa anche in questo caso continuare a crescere
e che la tecnologia risolverà tutti i problemi. Non è vero, la tecnologia può darci degli
strumenti, ma non risolvere tutti i problemi, anzi vediamo che molto spesso se male utilizzata
la tecnologia ne crea anche di problemi. Quindi direi che è un sottile pensiero filosofico
che vorrei che venisse recepito, perché già esiste, è un pensiero che è già stato elaborato
e da una certa filosofia, penso a Hans Jonas con il principio di responsabilità e da una
certa economia, penso non solo alla decrescita, che è forse quella più provocatoria come
impatto mediatico, ma all’economia dello stato stazionario di Hermann Deli che riflette
da decenni su questi argomenti. Penso non solo al rapporto del Club di Roma, ma agli
esperimenti che si stanno facendo in Germania e in Inghilterra con l’attività di Tim
Jackson: “Prosperità senza crescita”, oppure le riflessioni di Wolfgang Sachs in
Germania al Wuppertal Institut con un progetto intitolato “Benessere senza crescita”.
Le vie d’uscita ci sono. Ho degli ottimi maestri molto anziani che hanno capito tutto
di come funziona il mondo da un punto di vista fisico e ecologico, da loro le lezioni le
accetto, anzi mi sono formato sulle loro lezioni, un nome per tutti, il fisico Luigi Sertorio,
uno dei più esperti al mondo che elaborano oggi i principi della eco-fisica. Al contrario
mi dà fastidio quando personaggi molto più anziani di me vogliono prevedere e soprattutto
fabbricare un modello per decidere del mio futuro. Questi signori hanno davanti a sé,
se va bene, una decina di anni di aspettativa di vita, non capisco perché sono così impegnati
a difendere il futuro che poi vivrò io. Si occupino al limite del presente, un loro consiglio
è sempre benvenuto, ma io vorrei che oggi il futuro a lungo termine, quello che io vivrò,
spero per ancora circa 30/40 anni di attesa di vita media, ma quelli che sono i miei studenti
oggi, invece vivranno per tutta la vita, vorrei che fossero loro a decidere di questo futuro,
vorrei che fossero persone di 30 anni che si interrogano e che cercano di analizzare
se questo modello di sviluppo, se questa crescita che viene invocata ancora una volta come la
soluzione di tutti i mali, sia in realtà quello che lascerà a loro un mondo con delle
opportunità oppure meno. Non credo che il modello della crescita proposto
da dei personaggi un po’ agée basati sul terrore di rivivere la miseria e la povertà
dalla quale vengono ci possa portare molto lontano, il mondo evolve, ci sono idee nuove,
ci sono possibilità per un’economia che non sia la padrona delle nostre vite. L’economia
non deve essere il dogma fondamentale, non capisco perché devo oggi basare tutte le
mie scelte e tutta la mia vita sullo spread con i bund tedeschi, ma insomma, ma sono cose
ridicole, ma cos’è lo spread sui bund? Ma il mondo si fonda sulla termodinamica,
si fonda su delle leggi che funzionano da miliardi di anni, i bund e lo spread li abbiamo
inventati in questo periodo da un’economia che abbiamo visto in tutti i modi non funziona,
allora cambiamo le leggi degli uomini che è molto più facile che cambiare le leggi
di natura. Cosa proporrei dunque per uno Stato come l’Italia
in questo momento storico per affrontare questa crisi? Farei un progetto di resilienza che
è la proprietà di un sistema di sopportare uno stress esterno senza collassare. L’Italia
non è per nulla un paese resiliente, è un paese che ha fatto il passo più lungo della
gamba, è vissuto molto al di sopra delle proprie possibilità, facendo anche una grande
festa che va al di là di quello che è stato il soddisfacimento dei bisogni fondamentali
che quello è stato già raggiunto con il boom economico tra gli anni ‘50 e i primi
anni 70. Adesso siamo già nell’era del superfluo, l’Italia è un paese che ha accumulato
ricchezza, che l’ha anche sperperata e che ha un modello di vita piuttosto effimero.
Suggerirei di investire le poche risorse economiche che restano nel rendere gli italiani più
resilienti di fronte a questo futuro con molte trappole e trabocchetti. Un futuro dove l’energia
fossile costerà sempre di più e quindi siamo un paese fragilissimo, legato al cordone ombelicale
di un paio di gasdotti e di un po’ di petroliere che ci vengono a rifornire, possiamo essere
più autonomi energeticamente? Ma certo che possiamo, siamo un paese ricchissimo di potenzialità
di energie rinnovabili, l’idroelettrico l’abbiamo molto sfruttato negli scorsi anni,
può essere rimordernato ma soprattutto il sole, il vento, le biomasse possono costituire
il nostro petrolio domestico. Accanto alle energie rinnovabili, democratiche,
che ognuno di noi può mettere sul tetto di casa, c’è rendere più efficienti i propri
edifici, le nostre case sono dei colabrodo, l’energia che noi a caro prezzo compriamo
all’estero, ricattati da mezzo mondo, possiamo in realtà produrcela in buona parte a casa
nostra. Farei un’operazione di manutenzione del territorio, l’Italia è un paese completamente
infrastrutturato, addirittura in molti casi in eccesso, solo che le nostre infrastrutture
hanno poca manutenzione, noi fabbrichiamo, costruiamo e poi lasciamo crollare, suggerirei
di abbandonare completamente i progetti delle grandi opere, non abbiamo più bisogno di
grandi opere concentrate e faraoniche. Il mondo del futuro è un mondo, al limite, di
piccole opere, ma diffuse, piccole non vuole dire che non siano all’avanguardia tecnologicamente,
piccolo vuole dire nanotecnologie, vuole dire tecnologie dell’informazione, trasferire
la visione di un mondo dell’industria pesante, del trasporto pesante a un mondo molto più
leggero dove le relazioni avvengono via Internet, via telefono, attraverso le scambio di informazioni.
Abbiamo un territorio che abbiamo reso molto fragile nei confronti dei cambiamenti climatici,
delle alluvioni, un’agricoltura che non è più in grado di sostenere noi stessi.
Ricuciamo tutti questi nostri rapporti con il territorio, facciamo delle nostre città
dei luoghi più vivibili, che non siano legati soltanto all’arrivo di merci da oltreoceano
e che restituiscono poi soltanto grandi quantità di rifiuti e fanno morire la nostra industria
e la nostra produzione locale, ricreiamo quindi un mondo a misura d’uomo, dove non c’è
bisogno di una grande competitività, non dobbiamo competere così tanto con il mondo
esterno. La competitività non è un valore per la specie umana, la specie umana è una
specie sociale, cos’è il valore oggi in un mondo così sovraffollato se non vogliamo
farci la guerra? Competitività è quasi sempre l’anticamera del conflitto. E’ la cooperazione
il valore del futuro, dobbiamo cooperare per usare le risorse che abbiamo, per produrre
la minima quantità di rifiuti, per essere pronti verso un futuro che ci toglierà una
serie di risorse su cui abbiamo puntato nell’abbondanza e nella ricchezza del boom economico, un momento
irripetibile nella storia dell’umanità. Non ci sarà mai più un petrolio a prezzi
stracciati come accadeva negli anni 50/60. Quindi progettiamo questo tipo di Italia che
sia in grado di vivere bene con obiettivi più bassi, ma più bassi non vuole dire Medioevo,
vuole dire che invece che l’obiettivo dell’oggetto costoso e di lusso, tanto effimero quanto
dissipatore di risorse, ci sono tantissime cose che ci fanno vivere bene, che hanno costi
ambientali e economici irrisori: la cultura, i nostri musei, le nostre biblioteche, tesori
immensi che tutto il mondo ci invidia e che sono disertati proprio dagli italiani. Oggi
possiamo ricostruire un mondo estremamente qualitativo sul piano del livello di vita
sbarazzandoci del superfluo passando a un lusso leggero, un lusso della cultura, della
conoscenza, della musica, della convivialità tra persone che sanno di poter star bene.
Il modello di comprarsi il Suv o lo yacht è un modello socialmente conflittuale, costosissimo,
che costringe le persone a lavorare molto di più per pagarsi questi benefit. Se ce
ne sbarazziamo possiamo lavorare di meno. Uno degli obiettivi della decrescita non è
lasciare a casa un sacco di persone perché tutti quei beni superflui vengono visti come
un limite all’occupazione: nel momento in cui noi li togliamo le industrie non lavorano
più. Abbiamo visto che comunque non ha funzionato questo modello, nemmeno in passato, qualsiasi
cosa, superflua che è stata prodotta, inevitabilmente con l’automazione o con lo spostamento in
paesi emergenti, ha tolto poi alla fine ugualmente occupazione, allora non sarebbe meglio produrre
solo le cose veramente utili alla nostra qualità della vita e lavorare poi di meno? Se abbiamo
meno necessità di acquistare oggetti inutili, forse potremmo lavorare tutti, ma la metà
del tempo che lavoriamo adesso, quattro ore al giorno, pomeriggio o mattino libero, a
seconda delle scelte, più possibilità per stare in famiglia, più possibilità per curare
la propria cultura, il proprio orticello in senso veramente fisico, poter coltivare anche
il proprio cibo. Questo si può fare e è forse uno standard di vita. Io peraltro non
voglio insegnare niente a nessuno, ma ho cominciato a praticare, a casa mia lo faccio, è facile,
mi fa risparmiare dei soldi, del tempo, mi dà delle soddisfazioni, mi ha permesso di
togliermi da una certa serie di circuiti di obblighi sociali basati sulla pubblicità
che scava nel tuo cervello e ti dice cosa è giusto fare.
Spero dunque che ci proviate anche voi e che passiate parola!